Prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé, e sta’ sicura che ha almeno una possibilità di tornare un uomo con tutte le sue f-a-c-o-l-t-à intatte.

J.D. Salinger

28 giugno 2016. La data che avete appena letto è stata scritta dall’autore di questo articolo, ‘a mano’. La data che invece trovate subito sotto il titolo del post è stata scritta da WordPress, il software che gestisce i contenuti del sito. Ogni volta che un blogger fa clic sul tasto ‘Pubblica’, l’applicazione registra l’azione sincronizzandola con l’orario del server e la meta-informazione viene salvata tra i dati dell’articolo nel backend ed esposta sul frontend, nella posizione abituale scelta dal tema grafico. Nel database di WordPress, l’informazione, comprensiva anche dell’orario esatto di pubblicazione, è salvata in un campo ‘post_date_gmt’: il riferimento al Meridiano di Greenwich (GMT: Greenwich Mean Time) rende il dato univoco e indipendente da eventuali cambi di fuso, gestiti al livello di un’impostazione generale del sito.

Quando condividiamo un contenuto su Facebook o pubblichiamo un tweet su Twitter stampiamo questa stessa marcatura temporale. Soprattutto, al netto della visualizzazione trasparente per il lettore, lasciamo un’impronta cronologica ogni volta che accediamo a Facebook o alla nostra app social preferita. Come ha riportato Paolo Attivissimo, Soren Louv-Jansen ha speso qualche minuto per controllare il codice sorgente della versione web di Messenger, l’applicazione per la messaggistica di Facebook, e ha trovato tutta la cronologia di accessi dei suoi amici nel documento HTML del sito. Da lì, ha sviluppato un semplice web service che controllando Facebook ogni 10 minuti genera un quadro accurato delle abitudini di sonno dei suoi contatti: è sufficiente verificare data e ora (il timestamp) di ultimo e primo accesso della giornata per conoscere quanto hanno dormito i nostri amici ieri, quanto dormono in media la settimana, quanto nei week end e quanto in ogni altro arco temporale che vorremo indagare.

È una constatazione che può essere familiare e magari banale per ogni utente di WhatsApp, ma il software di Louv-Jansen dimostra codice alla mano, è il caso di dire, quanto sia pervasivo il controllo dei social network sulle nostre vite, che sono interessanti e produttive di big data utili a costruire profili commerciali sempre più analitici e servire inserzioni pubblicitarie sempre più personalizzate anche quando la nostra esistenza si riserva i suoi momenti fisiologici di inattività. L’algoritmo, al contrario, non si ferma mai.

Arkwright's Cotton Mills by Night, Joseph Wright of Derby
Arkwright’s Cotton Mills by Night, Joseph Wright of Derby

Jonathan Crary parla del tempo dei nostri tempi digitali, l’ordine cronologico quotidiano di una società interconnessa, come di un tempo che non alterna il giorno alla notte, la veglia al riposo, il lavoro alla pausa. In 24/7: il capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi, 2015) Crary lo definisce un ‘tempo immobile’. Come l’algoritmo, gli uomini si ritrovano inquadrati in una vita che non prevede interruzioni, perché domina il principio di un’operatività incessante che produce senza soluzione di continuità dati, informazioni, sollecitazioni, bisogni, soddisfazioni, promesse in un ciclo che si appaga solo nella sua riproduzione ininterrotta.

Si tratta del ciclo descritto da Nir Eyal in Creare prodotti e servizi per catturare i clienti (Hooked) (Edizioni LSWR, 2015), un aggancio permanente che segna la rottura definitiva con i modelli di produzione e consumo dell’economia del XX secolo. In questo contesto, spiega Crary, la concessione ai propri dipendenti di un minimo di tempo di riposo per non compromettere e anzi aumentare la redditività non ha più senso, perché

[…] con il collasso dei modelli di capitalismo controllato o mitigato negli Stati Uniti e in Europa, è venuta meno ogni giustificazione interna dell’inattività e della quiete come componenti della crescita economica e della redditività.

Raccontando Torino dieci anni dopo le Olimpiadi, in un articolo che pubblicato a marzo da Wu Ming offriva già la chiave di lettura (e il risultato) delle elezioni comunali di giugno, Maurizio Pagliassotti riporta un passaggio illuminante, in tutti i sensi, di un pezzo del 2003 di Luca Rastello:

La notte è quasi una novità a Torino, prima non c’era. Una sera di anni fa, l’italianista Stefano Jacomuzzi, ospite di Gianni Agnelli, notò dalla collina le grandi chiazze di buio che si allargavano sotto il suo sguardo: «Sono le nove e la città sembra già addormentata», osservò. “Lascia che riposino”, rispose paterno l’avvocato.

Per lo svago, il divertimento, la soddisfazione e la ricompensa, bastava l’innesco della domenica, le partite e le vittorie della Juventus. Oggi, di notte, non solo il centro di Torino, non solo la fabbrica di cotone di Arkwright, ogni cosa è illuminata: il buio significa assenza dei dati e assenza di dati significa impossibilità di mettere in moto un ‘effetto network’ che permette a poche piattaforme di dominare il mercato di riferimento, rendendo impossibile non tanto la competizione quanto l’ingresso stesso di altri concorrenti.

Questa luce sempre accesa, questo rilascio senza sosta del software e delle app che si aggiornano, degli algoritmi che si perfezionano, come l’industria farmaceutica che mette sul mercato prodotti al passo delle emozioni umane (timidezza, ansia, distrazione, tristezza, calo del desiderio) che diventano trigger azionabili come se fossero ‘tap’ di un dispositivo mobile, questi ritmi di produzione e consumo ci tengono agganciati all’esistente, provocando un paradosso di stabilità e immobilismo. La bacheca di Facebook ha abbandonato da tempo l’ordine cronologico dei post, Instagram da poco ha seguito l’esempio, come ovvio. In un mondo digitale che brucia in fretta quello che ieri era vero, il futuro non ha spazio, come il passato. La stratificazione e la storicizzazione, la divisione tra ora e allora, la separazione tra luce e ombra sono rimpiazzate da un flusso informativo e comunicativo che costruisce un presente sempre in via di definizione, quindi sospeso, intoccabile e immodificabile, se non negli upgrade di routine che rialimentano il ciclo.

«Tutto deve essere conosciuto!», gridano i fondatori de Il Cerchio di Dave Eggers (Mondadori, 2014). Quando si allontana in una pausa dal lavoro per una gita solitaria e notturna in kayak, senza condividerla con nessuno dei follower, Mae, la protagonista del romanzo che fa carriera scalando le posizioni del social network a colpi di like e share, subisce un vero e proprio processo dai suoi superiori, che la inchiodano con l’aiuto delle videocamere sparse sulla spiaggia dalla comunità degli utenti del Cerchio. Oltre a segnare la svolta del romanzo, l’episodio descrive con la forza della narrazione come l’illuminazione perenne polverizzi quei momenti riservati e intimi della nostra vita in cui esprimiamo e completiamo la nostra personalità e singolarità allo stesso modo che nei momenti pubblici. Ha ragione Crary allora a sostenere, a proposito dei nuovi media e delle tecnologie digitali, che esiste a fronte di un’erronea “scelta di collocare i prodotti e gli strumenti oggi più diffusi sulla stessa linea cronologica che include la ruota, l’arco a sesto acuto, i caratteri mobili” una strategia di occultamento delle tecnologie più importanti che siano apparse negli ultimi centocinquant’anni: i sistemi per la gestione e il controllo egli esseri umani.

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